I dieci dischi da ascoltare prima di Natale

Il 2016 si è configurato come un anno pieno di lutti in ambito musicale, ma parallelamente abbiamo potuto apprezzare alcuni album di altissima fattura. Se il leggero declino del mercato mainstream, messo sempre più in crisi dalle scarse vendite causate da pirateria e nuove piattaforme di streaming, sembra un inesorabile passo verso un tanto necessario periodo di transizione, la qualità delle uscite si è mantenuta sempre altissima. Noi di Shure Blog ci teniamo a consigliarvi i nostri preferiti senza un preciso ordine, sperando magari di farvi scoprire qualche piccola perla sfuggita ai vostri riflettori.

MENZIONI D’ONORE

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Trovare soltanto dieci dischi è stata un’impresa non da poco e quindi ci siamo ritagliati questa piccola sezione per segnalare qualche album altrettanto importante che è stato tagliato dalla classifica principale. Di fianco alla maestria ambient di Tim Hecker, che con Love Streams si conferma come uno dei compositori più completi dell’ultimo decennio, troviamo due capitoli imprescindibili per la metamorfosi dell’hip-hop: il tanto discusso Untitled Unmastered marchiato Kendrick Lamar, causato forse da ben nascoste frizioni con la label di appartenenza, e l’opera di redenzione The Colouring Book di Chance the Rapper continuano un’evoluzione maetosa e sperimentale di un genere che sembrava stagnare intorno ai soliti quattro nomi. Cambiamo completamente lidi stilistici con The Wilderness, vero colpo di coda degli americani Explosions in the Sky, che finalmente dimostrano di non accontentarsi di stucchevoli arpeggi post-rock, ma confezionano un settimo album pregno di emozioni. Come non porgere infine un ultimo saluto al maestro del folk Leonard Cohen, che ci lascia troppo presto con nove canzoni profonde come non mai: un esercizio di saggezza degno del miglior poeta intitolato You Want It Darker.

BLACKSTAR – DAVID BOWIE (Columbia)

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L’inizio dell’anno è stato scosso da due annunci che hanno riscosso reazioni diametralmente opposte: il ritorno sulle scene di David Bowie ha generato migliaia di sorrisi estatici, specialmente se sostenuti da un eccellente singolo di lancio come la minacciosa Lazarus, ma successivamente stroncati dall’inaspettata dipartita del duca bianco. D’improvviso l’intero Blackstar cambia completamente significato, le liriche diventano il simbolo agonizzate del lento spegnimento di una candela estremamente vivida fino all’ultimo secondo. Il risultato è un collage meraviglioso di soli quaranta minuti in cui la “stella nera della musica” torna a splendere vibrante con la sua evocativa voce, sostenuta da un arrangiamento art rock degno del periodo berlinese. Non un disco per cuori puri e bigotti, ma di sicuro l’ennesima pietra miliare posta a conclusione di una carriera indimenticabile.

22, A MILLION – BON IVER (Jagjaguwar)

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Dipingere una figura enigmatica come Justin Vernon è tutt’altro che semplice: padre (annoiato) di due dischi di incredibile fattura, due Grammy Awards incassati senza troppe lodi e poi il silenzio forzato dal 2012. 22, A Million può essere confrontato a Kid A dei Radiohead (che ritroveremo in seguito) in quanto prova una netta rottura con lo stesso passato che lo aveva reso famoso; non più schiavo delle introverse chitarre acustiche del debutto, né tantomeno delle barocche costruzioni del successore, il disco suona come il figlio prediletto di quest’epoca. Strumentazione ridotta all’osso, ampio uso di glitch digitali e qualche lontana parvenza naturale disegnano un paesaggio sintetico da non sottovalutare.

AMERICAN FOOTBALL (LP2) – AMERICAN FOOTBALL (Polyvinyl)

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Arrivati e spariti. Questa può essere la sinossi perfetta per la carriera degli American Football, idealizzati traghettatori di un periodo musicalmente e socialmente complesso come gli anni 90. Nulla sembra però essere cambiato da quel 1999, non la loro genuinità, tantomeno la sincera voglia di creare espressa dai tre. Già dalle prime tracce capiamo come l’intento finale di Kinsella e soci sia portarci indietro nel tempo, in quell’immaginario da college americano tanto macho e tanto stereotipato; LP2 è l’inizio dell’autunno, il primo appuntamento con quella ragazza tanto carina, una candida avventura nei ricordi ormai andati, quel classico disco in grado di generare sorrisi dalle amare venature. Lontani dalle faziose pretese dello show business, gli American Football restano un monito per tutta quell’estetica indie senza troppi sogni se non suonare, suonare e suonare.

ALL THE RIGHT NOISES – ROMAN FLÜGEL (Dial)

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Alfiere di una alternative techno tanto amata all’estero quanto bistrattata dalla club culture tamarra italiana, Roman Flügel trova finalmente la quadratura del cerchio con un LP degno di ripetuti ascolti. Dalle derive lisergiche di Fantasy fino alla conclusiva Life Tends To Come and Go, la fatica del produttore riesce a combinare perfettamente tutti i giusti rumori senza risultare pretenzioso. Quello che all’apparenza potrebbe sembrare un mero lavoro di architettura sonora nasconde però un mood da dancefloor cupo ed intelligente, in grado di soddisfare una precisa nicchia di pubblico. Poliritmie, incroci metrici e modulazioni senza fine, All the Right Noises rischia di apparire più prog di molti album catalogati con questo nome.

RITUAL SPIRIT + THE SPOILS – MASSIVE ATTACK (Virgin)

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Ritorna sulle scene dopo un silenzio molto (troppo) lungo la band più famosa di Bristol con una doppia uscita che fa presagire grandi cose per il futuro. Nessun file rouge a legare le tracce di queste releases, ma una ‘semplice’ collezione di pezzi dalla granitica qualità produttiva; il ritorno al passato per i Massive Attack ha il sapore di featuring con tutti quegli artisti che ne hanno segnato la crescita musicale, primi fra tutti il figliol prodigo Tricky e l’aura evanescente di Hope Sandoval. Quello che doveva essere un evidente prodotto di fan service appare però come una forte rivendicazione del trono, un monito per tutte le nuove leve della musica elettronica che gli ricordi da dove tutto è cominciato.

BLONDE – FRANK OCEAN (Boys Don’t Cry)

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Non si può proprio affermare che Frank Ocean sia rimasto a dormire sugli allori in questo 2016, o più precisamente negli ultimi tre anni: questo è infatti il periodo di tempo che ha portato al difficile parto di Blonde, visionaria opera seconda in grado di miscelare abilmente decine di influenze diverse in un unico pastiche di innegabile caratura. Messe da parte le dispute commerciali con Def Jam Records (che hanno portato comunque allo sperimentale album visivo Endless), il rapper e produttore californiano ha potuto finalmente aprire completamente la sua vena creativa, richiamando (pur con evidente originalità) tutti i miti del suo passato. Ridurre Blonde ad un semplice esercizio citazionista sarebbe però ingiusto, vista la maturità artistica dimostrata da Ocean che lo pone anni luce avanti rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi.

THE SHIP – BRIAN ENO (Warp)

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Molto è cambiato dalla precedente release “ufficiale” di Brian Eno (non contando le installazioni sonore apparse sul suo store personale); la tecnologia è cambiata, gli ascoltatori sono cambiati, il music business è cambiato anche se il sessantottenne compositore inglese sembra non essere partecipe di queste rivoluzioni moderne. La sua musica rimane statica nel corso degli, ma non in senso negativo, bensì diviene un quadro che gradualmente acquista sfumature sempre diverse. Vagamente ispirato alla tragica discesa negli abissi del Titanic, The Ship nasce in realtà come studio di relazione fra l’incessante scorrere della vita e della musica, creando palette sonore moderne ma al contempo conformi alla tradizione ambient creata dallo stesso Eno. La cover finale dei Velvet Underground ne è forse il più grande omaggio mai fatto, due giganti della storia musicale che si incontrano per la prima volta fra i solchi di un vinile.

FALLEN ANGELS – BOB DYLAN (Columbia)

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Le facili polemiche hanno sempre accompagnato Bob Dylan per tutta la sua vita: stampa infuriata, fan delusi e case discografiche capricciose sembrano spuntare di tanto in tanto, come a voler minare un sottile ecosistema in perfetto equilibrio. Ma se il ventenne Zimmerman se ne fregava altamente di tutte queste diatribe, figuratevi il Dylan di Fallen Angels; a lui sembra interessare solamente la musica che porta la sua firma, senza accenni a voler rallentare la produzione di album più che validi, nonostante un’età tutt’altro che accomodante. L’avanzare degli anni ha però donato al cantautore di Duluth un’espressività vocale mai avuta, conferendogli una capacità interpretativa di altissimo livello, che si tratti di cantare oppure recitare qualche spoken word come nel precedente Tempest. Un disco classico, in controtendenza con la folle corsa verso il futuro che sembra attanagliare l’industria musicale, un omaggio al “vero” vintage: quello di Sinatra, dei casinò e degli arrangiamenti blue che accompagnavano le lunghe notti di questi angeli caduti.

A MOON SHAPED POOL – RADIOHEAD (XL)

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Quando si scontrano talenti artistici talmente ingombranti come quelli presenti nei Radiohead ogni album che vede la luce assume quasi la parvenza di un regalo concessoci da un lungo processo creativo. Sull’abilità compositiva di Greenwood & Co. non ci sono mai stati dubbi da OK Computer in poi e ogni tassello che si aggiunge alla stringata discografia del gruppo sembra confermarla sempre più. La lunga opera di revisione effettuata dalla band di Oxford appare coesa come non mai, libera dall’overthinking che pervadeva In Rainbows e King of Limbs, trovando un laconico bilanciamento fra acustica ed elettronica. Il mood sommesso e crepuscolare che pervade l’intero LP raggiunge i suoi picchi nell’eccellente terzetto finale, ricreando quell’atmosfera spesso imitata, ma mai raggiunta dalla concorrenza.

THE LIFE OF PABLO – KANYE WEST (GOOD Music)

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Cosa succede quando a cadere è una delle figure più importanti dello stardom a stelle e strisce? Personaggio controverso, amato, odiato e criticato da stampa e fan spesso senza troppa coerenza di causa, Kanye West raggiunge picchi di intimismo sicuramente inaspettati per una celebrità del suo calibro. Se Yeezus mostrava l’arroganza e la sfrontatezza di chi crede di avere il mondo fra le mani, The Life of Pablo diviene storia estremamente attuale di chi ha paura di perdere tutto in pochi secondi. La frustrazione per i biasimi ricevuti nonostante tutto il lavoro, l’essere circondati da famelici lupi mascherati da amici e il conseguente cammino di redenzione verso un passato non così lontano. La depressione di una star talmente intoccabile ha causato risate compiaciute in tutto il mondo, sorrisi sulla faccia di chi evidentemente non riesce a capire che a Hollywood non si vive solo di lustrini colorati e feste a base di champagne, ma ogni situazione comporta macigni pesantissimi da portare sulle spalle. Il viaggio di San Paolo è una metafora geniale dietro a cui si nasconde lo stesso Kanye, rappresentato perfettamente in poco più di un’ora di beat strettissimi e testi sinceri che pungono l’anima di ogni ascoltatore, persino dei detrattori.

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