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Shure Signal Path: racconti musicali

Nella pluridecennale storia Shure abbiamo avuto l’onore di conoscere i professionisti più autorevoli della storia della musica, scambiando con loro aneddoti, racconti e risate. Perchè tenerci per noi questi momenti e non condividerli con tutti?

Produttori, fonici, cantanti, sperimentatori e musicisti: questi sono i protagonisti della nuova serie Shure Signal Path, un podcast moderno e vivace in cui le interviste diventano chiacchierate amichevoli a microfono aperto.

Davvero Prince ha rischiato di rovinare il suo leggendario spettacolo dal vivo? Come si può convertire un piccolo (ma corazzato) pulmino Volkswagen in uno studio mobile per musicisti itineranti? Cosa vuol dire lavorare insieme ad un vulcano di idee chiamato Björk?Un’opportunità unica per dare un’occhiata a ciò che succede dietro alle quinte, in studio oppure sul palco.

Alcune delle interviste in arrivo:

  • Ci siamo seduti di fianco alla cantante londinese Lianne La Havas per scoprire come riesca ad unire tutte quelle influenze musicali diverse in sonorità uniche
  • Trasformare un camioncino dei gelati in uno studio di registrazione su ruote è possibile, basta chiedere a Marten Berger
  • George Michael e Aphex Twin non hanno molto in comune, se non il pluripremiato mastering engineer Matt Colton
  • Cosa significa curare il sound design per i migliori videogiochi? Ce lo spiega Chris Jojo
  • Roger Lindsay, storico fonico di Prince ci racconta il suo rapporto con questo mitico artista
  • Gli ultimi tocchi alle opere creative di Björk, raccontati dal mastering engineer Mandy Parnell
  • Brian Crosby, ex membro della band irlandese BellX1, ci racconta il suo percorso come compositore di colonne sonore
  • Puntata tech-addicted quella che vede protagonista Johann Scheerer e la sua collezione di attrezzatura vintage presente nei Clouds Hill Studio di Amburgo.

…e questo è soltanto l’inizio! Abbiamo molte altre storie da condividere con tutti voi. Cliccate qui per iscrivervi al podcast e ascoltare le prime due puntate!

Tutti gli episodi sono registrati con microfoni Shure MOTIV e l’applicazione Shure MOTIV per iOS.

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Perché gli audiofili adorano la tecnologia elettrostatica

Se avete un amico audiofilo vi sarà sicuramente capitato di trovarmi immersi un fiume di complimenti riguardanti il magico suono prodotto da altoparlanti e cuffie elettrostatiche. Frasi come: “Sono incredibili! Non utilizzerai mai più un paio di cuffie normali!” mostrano appieno l’esaltazione per questo tipo di tecnologia, ma quanto arrosto c’è dietro a tutto il fumo?

A lungo confinate negli ambienti domestici di una ristretta nicchia di appassionati, cuffie e speaker elettrostatici si sono guadagnati una fama quasi mitologica grazie ad un bassissimo tasso di distorsione, chiarezza sonora senza paragoni e dettagli estremamente ricercati. Fortunatamente il progresso tecnologico ha finalmente permesso la progettazione e produzione di auricolari portatili  che sfruttino lo stesso espediente tecnico. Il processo di miniaturizzazione è stato tutt’altro che semplice, ma il risultato vale sicuramente lo sforzo. Ryan Waniata di Digital Trends sostiene che “Shure è riuscita a creare qualcosa di straordinario con il modello KSE1500, mettendo all’opera tutta la sua esperienza acquisita nel campo IEM e trasferendolo su un versante nuovo come la trasduzione elettrostatica.”

Qual è la differenza?

Gli auricolari elettrostatici utilizzano un principio completamente diverso per generare suoni; i driver di questi dispositivi sono formati da una membrana molto fina racchiusa fra due piani elettrificati. Un diaframma simile può vantare su un peso pressoché irrilevante e si muove senza alcuno sforzo per creare le onde acustiche. Nonostante necessiti di un segnale ben amplificato per funzionare al meglio, la tecnologia elettrostatica offre numerosi vantaggi sia rispetto alla controparte dinamica (utilizzata ad esempio nei classici diffusori ‘a cono’), sia ai driver rinforzati (tipici dei sistemi personal monitoring).

Distorsioni

Diversamente dai diaframmi tradizionali, formati da molti più componenti e quindi più pesanti, un setup elettrostatico non presenta parti mobili se non il diaframma stesso. La superficie è costantemente sottoposta ad una carica di tensione continua a 200V, che permette un’eccitazione uniforme nel campo elettrostatico e soprattutto riducono le distorsioni generate meccanicamente dai driver dinamici.

Spettro di frequenza

Le proprietà fisiche del diaframma elettrostatico permettono ad un singolo driver di riprodurre un range molto esteso. Gli auricolari tradizionali spesso richiedono più di un driver per raggiungere una risposta in frequenza simile, introducendo però problematiche di fase e deviazioni nello spettro. Nonostante le soluzioni multi-driver siano ormai molto comuni, la semplicità di un singolo diaframma assicura sempre una perfetta correlazione di fase e l’assenza di altre distorsioni acustiche.

“La combinazione di bassi morbidi, una banda media trasparente e alte frequenze così estese sono tutt’altro che la normalità per degli auricolari” scrive John Atkinson su Stereophile riferendosi al modello KSE1500.

Risposta ai transienti

Partendo dal presupposto che un diaframma elettrostatico vanta una massa minima, viene naturale pensare come la risposta ai transienti non abbia paragoni con altri modelli. Una tale velocità e libertà di movimento non potrebbe mai essere eguagliata da diaframmi mossi meccanicamente.

“È possibile isolare qualsiasi strumento, musicista e dettaglio,” sostiene John Sciacca nella sua recensione di KSE1500  per Residential Systems. “Ancora ricordo quante volte mi è capitato di ascoltare un brano ad occhi chiusi e aprirli per cercare con lo sguardo il musicista!”

Precisione

La tecnologia elettrostatica è senza alcun dubbio la più precisa nella riproduzione musicale. Gli auricolari Shure KSE1500, ad esempio, non colorano il suono accentuando particolari bande di frequenze. Che si tratti di un aspetto positivo o negativo questo sta a voi deciderlo: un album registrato a regola d’arte risplenderà in tutti i suoi particolari, esattamente come è stato pensato e progettato, ma allo stesso modo questo livello di precisione potrebbe rivelare tutti quegli aspetti non-così-perfetti di una registrazione.

“Ciò che più mi ha sorpreso degli auricolari elettrostatici Shure è l’abilità di sorprendermi continuamente e farmi scoprire nuovi particolari in album che credevo di conoscere da cima a fondo” sostiene Paul Strauss dal sito Technabob.

Ripagare gli sforzi

Shure ci ha messo quasi otto anni per perfezionare il sistema di auricolari elettrostatici KSE1500, ma considerando il risultato ottenuto possiamo sicuramente ammettere che gli sforzi sono stati completamente ripagati. Se l’obiettivo era riuscire a portare l’audiofilia fuori dal confino casalingo, Shure è riuscita a scoccare la prima freccia. Hearing is believing!

 Il sistema di auricolari elettrostatici Shure KSE1500, composto da speciali auricolari Sound Isolating™ e amplificatore DAC è compatibile con Mac, PC, iOS e dispositivi Android.

 

 

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Cinque curiosità sul “microfono di Elvis”

Film, fotografie pubblicitarie o rari scatti d’epoca: è possibile trovare il famoso “microfono di Elvis” praticamente in qualsiasi media. Ormai divenuto sinonimo stesso della parola -microfono-, il celebre Shure Unidyne Model 55 è senza alcun dubbio l’esemplare più riconoscibile della sua specie. Ormai sono stati scritti fiumi di parole su questo iconico strumento, ma siamo sicuri che qualche curiosità ancora manchi all’appello.

Chi ha inventato l’originale?

Corre l’anno 1939. Il neolaureato e, da poco, assistente Shure Benjamin Bauer termina lo sviluppo del principio Uniphase, ottenendo così un diagramma polare cardioide con un’unica capsula microfonica. Precedentemente infatti era necessario combinarne due separate (rispettivamente omni e bidirezionale) per raggiungere un risultato simile, minato però da fragilità costruttive, risposta in frequenza incostante e pattern impreciso. Il giovane Bauer, un immigrato ucraino arrivato in America qualche anno prima passando per Cuba, si guadagnò così i suoi primi 100 brevetti nella tecnologia audio.

Cosa significa “Unidyne”?

Per capirne il significato è necessario scomporre la parola in due parti: uni si riferisce all’unidirezionalità, al singolo elemento microfonico e all’unicità del prodotto, tutte caratteristiche fondamentali del Super 55. Dyne riprende invece sia la classificazione dinamica dello strumento, sia l’omonima unità di misura utilizzata nelle misurazioni acustiche.

A cosa si ispira il design estetico?

Ma come, non avete notato gli evidenti richiami all’Art Déco? Più precisamente, la griglia frontale dello Unidyne riprende il parafango anteriore delle automobili d’epoca, ad esempio quello di questa fiammante Oldsmobile Six Convertible Coupe datata 1937.

Come ha fatto a diventare così famoso?

Il Model 55 era originariamente disponibile in tre versioni: il 55A, un modello a bassa impedenza per applicazioni broadcast, il 55B, destinato al pubblico musicale e ai grandi discorsi pubblici e il 55C, pensato per applicazioni radiofoniche ad alta impedenza. La sua linea accattivante e “futuristica” (sembra quasi strano pensarlo oggi) ha attirato gli sguardi di ammiratori illustri, fra cui Ella Fitzgerald, Frank Sinatra e, ovviamente, Elvis Presley. Il resto è storia.

Quanto è stato importante ricevere l’Institute of Electrical and Electronics Engineers Milestone Award?

Nel 2014 Shure è stata insignita con questo importante riconoscimento per la sua ricerca nella tecnologia Unidyne, ponendo l’azienda accanto ad alcuni dei più importanti inventori e scienziati di tutti i tempi: i nomi Guglielmo Marconi, Nikola Tesla, Michael Faraday, e Benjamin Franklin vi dicono qualcosa?

Come posso ottenerne uno?

Ad oggi nel catalogo Shure sono presenti due versioni aggiornate di questo mitico microfono, ma per un periodo limitato potrete acquistarne una versione completamente nera! Affrettatevi, le scorte sono limitate.

 

Maggiori informazioni: bit.ly/2xL1WCH

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Field Recording con i microfoni Shure

La pratica del Field Recording ha attirato nel corso degli anni sempre più appassionati pronti a spendere ore con le cuffie sulle orecchie e un paio di microfoni in mano, registrando tutti quei caratteristici suoni che ci circondano e andrebbero perduti. Candice Weaver, una studentessa di Sound Design alla Royal Academy of Dramatic Art ci racconta la sua ultima esperienza: una spedizione in un normalissimo teatro alla caccia di nuovi rumori, accompagnata questa volta da un fido Shure MV88.

Quali sono i tuoi primi ricordi legati al suono? Arrivi da una famiglia appassionata di musica?

Oh, la musica è sempre stata presente nella mia vita! Uno dei miei primi ricordi è legato proprio alla passione dei miei fratelli maggiori per gli strumenti di registrazione; mi sono sempre più incuriosita e nel corso degli anni ho iniziato a studiare questa affascinante disciplina.

Qual è stato il tuo percorso musicale fino ad oggi?

La prima volta che ho visitato uno studio di registrazione è stato durante il mio anno da studentessa presso il Liverpool Institute for Performing Arts. Dopo aver finito tutti gli esami di primo livello (di cui nessuno era legato alla musica), mi sono diplomata in Commercial Music all’Università di Westminster e proprio lì ho scoperto la mia passione per il Sound Design, soprattutto legato al mondo del teatro.

Com’è andata la tua ultima sessione di Field Recording? Come ti sei trovata con MV88?

Una sorpresa davvero gradita! Non mi sarei mai aspettata di avere una tale qualità anche in registrazioni così estemporanee. Utilizzavo già MV88 nelle produzioni teatrali più frenetiche, quelle in cui gli attori non hanno tempo per venire in studio a registrare le battute fuori campo. L’ho trovato utilissimo anche per registrare effetti sonori, soprattutto quando non ho la possibilità di cercare su Freesounds o Soundsnap. Per certi versi, MV88 mi ha insegnato a ragionare in maniera diversa rispetto ai suoni che mi circondano: ora è estremamente facile registrare tutto quello che mi circonda per poi riutilizzarlo in un secondo momento.

Cos’hai registrato per noi?

Molte cose, ma principalmente i macchinari presenti nel teatro della Royal Academy of Dramatic Art, americane in azione e persino utensili da lavoro presenti nei laboratori. È stato divertente!

Ci sono altri particolari che vuoi menzionare?

La semplicità dell’applicazione Motiv è per me il fattore che distingue MV88 da tutti gli altri microfoni portatili. Il numero di impostazioni disponibili è incredibile e la possibilità di modificare diagrammi polari, ampiezza stereofonica, equalizzazione e dinamica lo rendono un pacchetto completo per chi fa questo lavoro.

Potete trovare alcuni esempi registrati da Candice in questa playlist:

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Storie dal Delta: il mito del Green Bullet

Lanciato sul mercato nel lontano 1949, lo Shure 520 è divenuto nel corso degli anni una vera e propria mascotte per l’azienda. Progettato come uno strumento portatile dall’ampia versatilità, il Green Bullet non ci ha messo molto ad entrare nel cuore dei bluesman di mezzo mondo. Perfetto per amplificare un’armonica a bocca, questo simpatico microfono verde ha avuto la fortuna di salire sui migliori palchi d’America, stretto saldamente fra le esperte mani di Sugar Blue, Nigel Mack e molti altri artisti. Michael Pettersen ci accompagna in questo viaggio a ritroso nel tempo, a caccia delle origini del Green Bullet.

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Guida tecnica per aspiranti podcaster

Un tempo etichettata come ininfluente moda passeggera, il fenomeno del podcasting è ben lontano dal rapido declino che gli veniva predetto. Molto più fruibili dei video YouTube ma ugualmente grauititi, i podcast godono di una crescente popolarità che ha creato un nuovo bacino di utenza, sostituendo allo stesso tempo il vecchio mezzo radiofonico ormai saturo di invadenti pubblicità e scarsa portata. In un mezzo che fa delle parole il suo punto di forza, un comparto sonoro professionale è indispensabile per attirare nuovi ascoltatori e consolidare quelli storici: a tal proposito Shure ha non poche frecce da scoccare verso l’obiettivo senza farvi dilapidare il conto in banca.

Costruire delle solide fondamenta

Che si tratti di musica o podcasting, una scarsa qualità sonora risulterebbe sicuramente in un rapido allontanamento dei fan. L’avanzamento tecnologico (e, di conseguenza, quello legato anche al processing dei file audio) ci permette di correggere facilmente molti difetti con pochi click, ma è sempre preferibile avere a disposizione la miglior registrazione possibile. Piuttosto di lanciarsi in decine di modifiche digitali (e spesso peggiorare ulteriormente la situazione) è preferibile ricominciare l’intera take, ottenendo però un risultato finale decisamente più pulito. Semplificando il più possibile la questione, il miglior modo per eliminare i rumori indesiderati é non catturarli durante la ripresa. Ma cosa intendiamo per ‘comparto sonoro di buona qualità’? Oltre ai fattori soggettivi possiamo risalire a tre caratteristiche principali:

  1. udibilità, ovvero se il sonoro raggiunge un livello adeguato per la maggior parte degli ascoltatori, senza costringerli ad alzare il volume al massimo, né rovinandogli i timpani;
  2. intellegibilità, ovvero quanto è facile comprendere chiaramente le parole pronunciate dall’oratore. Non ci soffermiamo su quanto sia importante questo fattore per il podcasting, in cui una cattiva espressione risulterebbe in un segnale confuso o ricco di rumori di fondo;
  3. fedeltà, ovvero quanto naturale risulta la traccia alle nostre orecchie, senza artefatti che ne potrebbero ridurre il realismo.

I ferri del mestiere

La rapida crescita tecnologica avvenuta negli ultimi decenni ci ha permesso di ridurre sempre più il costo di uno studio casalingo. Oltre ad un PC, utilizzato come un vero e proprio registratore, è possibile seguire diverse configurazioni che dipendono dal budget e dallo spazio disponibile:

  • Microfono USB: in assoluto la soluzione più semplice per registrare qualsiasi suono direttamente nel PC, questi strumenti non necessitano di accessori esterni per essere alimentati e si servono di un comunissimo cavo USB per il trasferimento diretto dei dati. La qualità ovviamente varia da modello a modello, con supporti molto economici e altri che riescono a raggiungere risultati professionali impressionanti.
  • Microfono XLR e interfaccia audio: nonostante la qualità sonora con i microfoni USB si sia ormai appianata, alcuni utenti potrebbero trovare scomoda la soluzione ‘all in one’. I podcaster più classici continueranno a preferire la classica accoppiata microfono XLR + interfaccia audio USB, permettendogli in certi casi di utilizzare più microfoni nel caso di ospiti o live improvvisati. Questa enorme versatilità permette a ciascuno di scegliere il microfono che più ritiene adatto alla sua voce; il bestseller in questo ramo è sicuramente lo Shure SM7b, da sempre amato in tutti gli studi radiofonici, grandi o casalinghi che siano!
  • Altri microfoni consigliati: nonostante la sua illustre storia (che vi consigliamo di leggere in quest’altro articolo), il modello SM7b non è l’unico esemplare del catalogo adatto ai podcast. Per un budget più limitato andranno benissimo anche i classici PGA58 e SM58, con capsule divenute storiche per il calore, la delicatezza e il carattere sonoro in grado di produrre.
  • Cuffie: importantissime per qualsiasi tipo di podcast, le cuffie sono il principale sistema di monitoring utilizzato durante le registrazioni. Non solo vi permetteranno una migliore interazione con gli ospiti – magari intervistati utilizzando Skype -, ma vi assicureranno la completa assenza di ritorni nel microfono.
  • Pop filter: estremamente economici ma in grado di cambiare radicalmente il risultato finale, i pop filter proteggono il microfono dalle consonanti più ‘scoppiettanti’, si montano facilmente su qualsiasi asta e non creano alcun ingombro.

Il momento della verità

Oltre a paragrafi ricchi di dettagli tecnici sugli strumenti da utilizzare è giusto spendere qualche parola su altri fattori che alterano la qualità di un file, primo fra tutti lo spazio in cui si registra: sembra scontato, però una stanza silenziosa, lontana da interferenze esterne come traffico o vicinato, migliorerà radicalmente ciò che uscirà dagli altoparlanti degli ascoltatori. Questo include, dove possibile, il controllo di eco e tempo di riverbero della sala, ma anche di tutti i fenomeni acustici dipendenti da superfici riflettenti (ad esempio vetro o metallo). Trattare a dovere una stanza richiede progetti complessi e una spesa economica non ignorabile, ma spesso basta qualche accortezza in più per raggiungere un livello di rumore accettabile. Inoltre imparerete presto quanto siano differenti fra loro i microfoni disponibili sul mercato; ciascuno ha un range in cui esprime la massima potenzialità, ma è buona norma stare almeno a 10-20cm di distanza dalla capsula, pur facendo sempre attenzione al livello di ingresso. Alcuni tipi di voce enfatizzano molto le consonanti ‘sibilanti’ (-s- & -t- in particolare), ma per ridurre questo fenomeno spesso basta abbassare l’asta rispetto alla bocca dello speaker. Un’ulteriore caratteristica da tenere in considerazione è la capacità direttiva del microfono utilizzato: la maggior parte di quelli utilizzati in ambito radiofonico presentano un angolo di ripresa molto stretto per escludere le fonti sonore circostanti, ma nel caso di interviste con più persone è possibile ripiegare su un dispositivo omnidirezionale.

 Post-produzione

Rispetto ai processi di mixing e mastering impiegati in ambito discografico, l’editing richiesto da un podcast è notevolmente ridotto. Nel caso di un file di buona qualità gli unici passaggi da fare saranno regolare i livelli dei singoli presentatore, aggiungere le sigle introduttive e conclusive, aggiungere una leggera musica di background (facendo attenzione al copyright) ed esportare un file leggermente compresso per contenerne le dimensioni. Con le giuste competenze è possibile applicare qualche step aggiuntivo, fra cui una lieve compressione ed equalizzazione per limare gli errori e migliorare la fedeltà. Nonostante esistano decine di software a pagamento che permettono di ritoccare ogni minimo particolare, è possibile scaricare gratuitamente un paio di programmi perfetti per chi è alle prime armi: Garageband e Audacity (disponibili rispettivamente per Mac e Windows) saranno i vostri più fedeli alleati per i primi episodi. Nonostante possa sembrare un processo lungo e laborioso, realizzare un podcast di successo in realtà è esattamente come erigere un castello di sabbia: costruendo con pazienza una buona base è possibile salire sempre più in alto.

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Due polar pattern per gli specialisti: ipercardioidi e subcardioidi

Come spesso ripetiamo nei nostri articoli, uno degli aspetti principali che dovrebbe influenzare la scelta di un microfono è la sua capacità direttiva espressa graficamente dal relativo polar pattern. Le tre tipologie più comuni presenti sul mercato (unidirezionali, omnidirezionali e bidirezionali) garantiscono una vasta gamma di possibilità di microfonazione e in ambito musicale la famiglia più utilizzata è sicuramente quella dei cardioidi. Esistono però due varianti poco conosciute ma estremamente pratiche per risolvere situazioni particolarmente spinose; scopriamone insieme gli utilizzi più comuni in questo articolo.

Ipercardioide

Come è facile notare osservando i grafici polari, il grado di direttività frontale dei cardioidi influenza parallelamente anche il lobo posteriore. Potete quindi facilmente immaginare come un microfono ipercardioide non sia altro che un supercardioide sotto steroidi: se l’angolo di ripresa di quest’ultimo si aggira intorno ai 115°, quello degli ipercardioidi può restringersi fino a 105°. Il notevole aumento di precisione frontale si rivela estremamente utile nei palchi più rumorosi, in cui  evitare i suoni circostanti è indispensabile. Se sfruttati a dovere, i microfoni ipercardioidi diventeranno dei preziosi alleati in situazioni particolarmente caotiche, pur non essendo senza difetti:

  1. vista l’estrema direttività dei microfoni ipercardioidi è necessario fare molta attenzione ai movimenti fuori asse. Un cantante troppo attivo potrebbe sentirsi limitato da un lobo frontale così ristretto e uno spostamento improvviso risulterebbe sicuramente in un brusco abbassamento di livello;
  2. esattamente come con i supercardioidi, i pattern ipercardioidi sono famosi per un’accentuata ripresa posteriore. I safe spot si trovano rispettivamente a 125° e 110°, un valore da ricordare durante il posizionamento di monitor e altri dispositivi elettronici;
  3. un mito da sfatare che da sempre circonda gli ipercardioidi è la loro propensione ad accentuare notevolmente l’effetto prossimità. Nonostante questo sia vero per molti esemplari presenti sul mercato, Shure è riuscita a risolvere questo problema nel celebre microfono KSM9 grazie a una capsula a doppio diaframma.

Subcardioide

Spesso chiamato con l’appellativo di ‘cardioide largo’, il polar pattern subcardioide è sicuramente fra i meno conosciuti. Osservando velocemente il relativo grafico ciò che subito viene in mente è sicuramente un pattern omnidirezionale a cui è stata amputata parte della direttività posteriore, ed effettivamente i due condividono diversi aspetti: le sonorità naturali e organiche dei microfoni subcardioidi si sposano alla perfezione con ambienti più intimi in cui il volume è contenuto, limitando inoltre l’effetto prossimità. Allo stesso tempo però sono parecchio suscettibili ad innescare feedback con monitor o sistemi PA nelle vicinanze.

 

 

Racconto di due microfoni

Confrontandoli fianco a fianco ipercardioidi e subcardioidi sembrano cane e gatto, due specie destinate a coesistere in ambienti diversi. Shure ha però pensato di unirne le caratteristiche per sfruttarne i punti a favore e creare uno dei microfoni più versatili di sempre: il modello KSM9 combina la precisione del polar pattern ipercardioide con la naturalezza sonora del subcardioide grazie ad un semplice interruttore nascosto sotto la griglia protettiva. Sia in studio che sul palco, con lo Shure KSM9 non sarete mai a corto di opzioni per riprendere qualsiasi strumento.

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Senza fili! Come la tecnologia wireless ha cambiato il teatro

Gestire tutti gli aspetti sonori di una produzione teatrale è tutt’altro che semplice. Prima dell’avvento della tecnologia wireless per microfonare a dovere la scena era necessario ingegnarsi con complessi array di panoramici oppure anti-estetici dispositivi a filo, limitando così la mobilità degli attori. Zoe Milton, stage sound engineer e amministratrice di ASD (l’associazione internazionale dei sound designers), ci racconta come i continui passi in avanti nel mondo RF abbiano portato una vera e propria rivoluzione sui palchi di tutto il mondo.

L’ospite del giorno

Con l’arrivo di dispositivi senza fili sempre più economici ed efficenti, è ormai difficile scovare una produzione teatrale che non ne faccia grande uso: che si tratti di energici musical o statiche tragedie Shakespeariane non ci sono più molte scuse che ne limitino l’utilizzo. Zoe Milton ha vissuto questa importantissima rivoluzione sulla sua pelle, esattamente come tutti gli altri tecnici che svolgono una professione simile: stage sound engineer e amministratrice dell‘Association of Sound Designers, Zoe si è trovata a contatto con la crescente tecnologia wireless fin dai suoi primi studi presso la Royal Central School of Speech and Drama sul finire degli anni ’90, arrotondando come assistente fonico in celebri produzioni come Blood Brothers e Les Misérables. Dopo la laurea conseguita nel 2001 ha continuato a lavorare in spettacoli del calibro di My Fair Lady e Tonight’s The Night, divenendone la responsabile audio nel 2005 e concentrandosi successivamente sulle produzioni teatrali destinate alla messa in onda televisiva e alla distribuzione su DVD: “dopo aver avuto dei figli non ci tenevo proprio a ritornare in tourné” ci racconta. “Stavo cercando qualche lavoro che fosse sempre collegato all’attività teatrale, ma richiedesse meno tempo on the road. Fortunatamente nel 2009 si iniziò a diffondere l’iniziativa National Theatre Live, grazie alla quale gli spettacoli vengono trasmessi dal vivo nei cinema e nelle gallerie d’arte di tutto il mondo.”

Un passo alla volta

Quando Zoe ha iniziato a lavorare in teatro i microfoni wireless erano poco diffusi, principalmente a causa di elevati costi da sostenere e limitazioni tecniche: “ricordo che durante i preparativi di Les Mis potevamo utilizzare solamente 16 microfoni wireless perché ciascuno occupava moltissima banda nello spettro e le batterie duravano veramente poco! Ci ritrovavamo a dover sostituire direttamente i bodypack fra una scena e l’altra, accoppiandole man mano con gli attori a memoria. Ho cambiato talmente tanti bodypack in quel periodo da perdere il conto ad ogni spettacolo.” Purtroppo le disavventure con la vecchia tecnologia wireless non finiscono qui: “Il musical Chicago invece mi ha insegnato cosa significa la parola -pianificazione-, visto che al tempo i bodypack potevano durare anche due spettacoli di seguito, a patto di spegnerli ogni volta che non servivano. Non potevano essere accesi per nessun motivo prima delle cinque di pomeriggio, oppure non sarebbero arrivati alla fine del copione! Prima o poi qualche  errore sarebbe accaduto, e infatti nel 2002 in previsione della maratona di spettacoli The Coast of Utopia al National Theatre ci dimenticammo di ricaricare due battery pack. Ci ritrovammo a correre per tutto il teatro in cerca di batterie AA, sostituendole ogni volta che il led sui bodypack iniziava a lampeggiare. Terribile!” Fortunatamente i passi da gigante compiuti nell’ambito RF garantiscono finalmente delle sicurezze impensabili fino a qualche anno fa: “le aspettative di registi, attori e spettatori si sono alzate notevolmente negli ultimi tempi e questo è sicuramente dovuto al salto di qualità effettuato nell’esperienza sonora complessiva. Oggi è molto più facile controllare ogni segnale con la metà delle preoccupazioni rispetto ad un tempo e un rapporto qualità-prezzo senza precedenti; possiamo finalmente lasciare la completa libertà al resto dello staff, senza preoccuparci di movimenti eccessivi, impedimenti creati dalla progettazione del palco o dai costumi utilizzati. Quando ho iniziato a muovere i primi passi in questa professione un attore sospeso ad un filo sarebbe stato un incubo da microfonare!”

Shure e la tecnologia senza fili

La rivoluzione portata dai sistemi wireless non include solamente i microfoni, ma anche le dozzine di in-ear monitor utilizzate soprattutto dagli attori di musical: “inizialmente anche avere un solo sistema di In-Ear Monitoring sul palco era un lusso, spesso relegato a chi aveva la parte di canto principale in quella scena. Nôtre-dame de Paris nel 2000 ne è il perfetto esempio: tutti i brani erano pre-registrati e venivano riprodotti via DAT, ma le parti vocali erano assolutamente live. Riuscimmo a far avere sistemi di In-Ear Monitoring a quasi tutto il cast, ma al tempo gli auricolari erano tutt’altro che discreti: pesavano parecchio, si scaldavano facilmente e fummo costretti a nasconderli dentro ai vestiti di scena.” Shure continua a lavorare per alleviare il lavoro di tutti i tecnici: “la ricerca portata avanti da Shure è incredibile! Adoro le ultime innovazioni presentate in campo wireless, in particolar modo la ricerca e lo switch automatico dei canali in caso di interferenze o degradazioni. Mind blowing! Tutto questo mi permette di non dovermi più avvicinare agli attori ad ogni minimo problema, se non qualche interferenza fisica causata magari dal costume.”

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Come diventare i migliori amici del fonico in cinque passi

È proprio vero quello che dicono: se i fonici arrivano da Venere, i musicisti da Marte. Esattamente come un’anziana coppia sposata da troppi anni per tenere il conto, fonici e musicisti portano avanti da anni una guerra fatta di frecciatine, battute da bar e malcontenti reciproci. Anche se nessuno dei due lo ammetterebbe mai, la loro coesistenza è indispensabile per salvare le situazioni più disperate e, più semplicemente, portare a termine uno spettacolo senza intoppi. Cosa può fare allora un musicista per mantenere una serena convivenza con chi c’è dietro al banco?

Imparate il nome del vostro nuovo amico

Nel celebre libro “Come farsi nuovi amici e influenzare le persone”, lo psicologo Dale Carnegie afferma che “il nome di una persona è per egli la parola più dolce e importante dell’intero vocabolario”. Ovviamente si sbagliava: il suono della vostra chitarra è quello più dolce della storia, ma allo stesso tempo sforzarsi di ricordare il nome del fonico non può che aiutarvi a partire con il piede giusto. Nel caso di brutte amnesie temporanee potete sempre aggirare la cosa con un amichevole “ehi” e salvarvi da figuracce.

Non rompete i giocattoli del vostro nuovo amico

Come vi sentireste se uno sconosciuto impregnato d’alcool iniziasse a vagabondare goffamente per la vostra casa calpestando le chitarre, inciampando sulla vostra tanto adorata pedaliera e rovesciando tutti i piatti della batteria. Personalmente credo che arrabbiati non renda abbastanza l’idea. Ebbene, è esattamente così che si sente un fonico quando certi performer esagerano con la foga artistica, maltrattando continuamente tutti i pezzi opportunamente montati dal service, che si tratti di microfoni, casse spia o aste. È difficile da credere, lo sappiamo, però quegli strumenti spesso costano tanto quanto le vostre chitarre, batterie e via discorrendo.

Siate realisti

Gonfiare l’ego di un musicista non è per nulla difficile. Vi basterà fargli leggere un articolo di Rolling Stones in cui Keith Richards racconta come ha ottenuto un particolare suono di chitarra utilizzando qualche oscura tape machine per riempirlo di aspettative, facendogli credere che ogni fonico sia in grado di riprodurlo senza problemi. Cruda realtà: nel 90% dei casi nessuno può farlo, quindi cercate di essere realisti con le richieste e non offendetevi se non riuscite a raggiungere qualche obiettivo.

Siate puntuali

Il punto più noioso e ovvio della lista, ma anche il più sottovalutato: che siate il povero Keith Richards (ormai stufo di essere chiamato in causa per questo articolo) oppure l’ultimo chitarrista, a nessuno piace aspettare prima di un lavoro. Una volta stabiliti gli orari del soundcheck rispettateli sempre, così da mantenere un clima cordiale durante lo svolgimento dell’evento. Se proprio non riuscite ad impostare una sveglia in più nel cellulare provate a vederla sotto questo punto di vista: più tempo avete a disposizione per preparare tutti i dettagli, migliore sarà il risultato finale. E, dopotutto, non volete che il cameriere sputi nel vostro piatto di nascosto.

Lasciateli fare il loro lavoro

Generalmente i fonici sanno fare egregiamente il loro lavoro, o almeno così si spera. Un motivo in più per non iniziare a camminare in giro per la venue durante il soundcheck, magari per “controllare come suona”. Quello è il lavoro del vostro nuovo amico e se non volete ferirne la fiducia sarà meglio lasciarlo completare tutti i preparativi senza metter troppo bocca. Le critiche costruttive, i dubbi e le perplessità sono sempre accette, però come lui si fida delle vostre abilità da musicista anche voi dovreste fare altrettanto con le sue da fonico.

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